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Dal 15/07/23 al 14/07/24
4 moduli | 1,5 crediti

Medico chirurgo:
Cardiologia
Malattie metaboliche e diabetologia
Medicina interna
Medicina generale (medici di famiglia)

DESCRIZIONE

Come è noto, circa 3 pazienti ipertesi su 4 richiedono una terapia di combinazione al fine di ottenere il buon controllo pressorio. In accordo alle Linee Guida più recenti, è preferibile che tale terapia di combinazione sia precostituita e non estemporanea, al fine di garantire la migliore aderenza e persistenza nel medio e lungo periodo, come pure che sia adottata ab initio. La monoterapia, in questo contesto, rimane limitata ai pazienti più anziani, ai pazienti fragili ed ai casi caratterizzati da un incremento pressorio decisamente modesto.

La scelta della combinazione ha un ruolo cruciale nel garantire il raggiungimento del buon controllo e, ne consegue, la prevenzione della malattia ipertensiva. Per questo va sempre ricordato che l’uso di più farmaci attivi nei confronti del medesimo obiettivo può esercitare una azione:

  •         Sinergica
  •         Additiva
  •         Neutra
  •         Antagonista

Ovviamente, la combinazione migliore è quella di tipo sinergico, per cui i meccanismi d’azione tra loro complementari finiscono per magnificare l’effetto della singola molecola, consentendo spesso anche di usare dosaggi minori del singolo farmaco e minimizzando i già modesti eventi avversi dell’usuale terapia antiipertensiva. Malgrado questo, anche combinazioni additive hanno un loro senso, garantendo comunque una maggiorazione dell’efficacia. Da bandire, invece, le combinazioni antagoniste e da considerare cum grano salis quelle neutre, in genere confinate a nicchie terapeutiche ben definite.

In questo ambito, una piccola valanga di studi, meta-analisi e dati di vita reale dimostra senza tema di smentita che la combinazione di 2 oppure 3 farmaci in singola compressa migliora sensibilmente l’aderenza e la persistenza in terapia. Dagli stiudi ASCOT, ACCOMPLISH e COLM, in particolare,

deriviamo il convincimento che la combinazione di un calcio-antagonista diidropiridinico con un inibitore del sistema renina-angiotensina-aldosterone sia particolarmente vantaggiosa in termini di riduzione della pressione arteriosa e della cardio-cerebro-nefroprotezione. Ciò non elide la possibilità di usare un diuretico, di tipo tiazidico o similtiazidico oppure, nel caso di situazioni specifiche come l’insufficienza renale cronica, di un diuretico dell’ansa e, a conferma di questa considerazione, ormai da anni usiamo terapie di combinazione fondata su un inibitore del sistema renina-angiotensina-aldosterone + diidropiridina + diuretico.

Scopo di questa FAD, pertanto, è addentrarsi nella farmacologia clinica e nella clinica, spiegando bene le differenze tra i diversi inibitori del sistema renina-angiotensina-aldosterone (ACE-inibitori versus sartani), diidropiridine e diuretici e mostrando/spiegando i dati derivati dalla medicina secondo l’evidenza.


FACULTY

Claudio Ferri
Professore Ordinario in Medicina Interna – Dipartimento MESVA, Università dell’Aquila
Direttore UOC Medicina Interna e Nefrologia, Ospedale San Salvatore, L’Aquila

Claudio Borghi
Professore Ordinario in Medicina Interna – Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche, Università di Bologna
Direttore Unità Operativa Complessa Medicina Cardiovascolare – Ospedale S.Orsola, Bologna

Francesco Facchini
Giornalista, Milano


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