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Dal 07/02/24 al 06/02/25
4 moduli | 1,8 crediti

Discipline e professioni:
Medico chirurgo:
Cardiologia
Malattie metaboliche e diabetologia
Medicina interna
Medicina generale (medici di famiglia)

DESCRIZIONE

Come è noto, il rischio cardiovascolare è determinato da una moltitudine di elementi cosiddetti “maggiori” (1):

  1. Età
  2. Genere
  3. Diabete mellito
  4. Fumo di sigaretta
  5. Ipercolesterolemia LDL
  6. Ipertensione arteriosa

cui vanno aggiunte:

a) Una serie di variabili – da quelle psicosociali a quelle genetiche, fino alle malattie non cardiovascolari – che notoriamente influenzano il rischio cardiovascolare, ma non sono usualmente considerate nelle carte del rischio e, talvolta, nemmeno debitamente valutate dal clinico, anche se esperto (2),
b) Variabili non misurabili – o poco misurabili – che entrano in quello che viene erroneamente definito come rischio residuo, ma che è in realtà correlato ai meccanismi intrinseci di malattia, quali quelli infiammatori (3).
c) Una serie di variabili che, pur chiaramente sussistenti e – non raramente

In questo ambito, tuttavia, ciò che appare realmente mancante nella gestione del rischio cardiovascolare è la comprensione di quanto le variabili inserite nel punto c) siano rilevanti nel codificare per un consistente incremento del rischio cardiovascolare e per la sua mancata riduzione. Nel caso dell’ipertensione arteriosa, ad esempio, variabili come lo stress, la scorretta alimentazione, l’obesità e/o il genere – quest’ultimo paradossalmente tanto ben noto da essere sempre incluso come elemento di rischio cardiovascolare non modificabile – non sono considerati come realmente importanti o, comunque, non sono ben compresi nel loro impatto clinico. Al contrario di quanto si possa pensare, invece, (4) il ruolo svolto dalla scarsa cultura e/o da un ridotto introito economico è cruciale nel determinare l’amplificazione del rischio cardiovascolare collegato all’ipertensione arteriosa e nel rendere più complessa la normalizzazione pressoria. In ciò si inserisce il ruolo del genere, sovente interpretato come protettivo a priori, nel caso di quello femminile, ma invece spesso implicato in maniera quasi diametralmente opposta, cioè negativa. Valga per tutti il caso del livello assoluto di pressione arteriosa sistolica, sicuramente ridotto nella donna rispetto all’uomo fino alla menopausa, ma comunque sempre caratterizzato da una velocità di incremento superiore per il genere femminile rispetto a quello maschile (5). In considerazione di quanto sopra, scopo di questa formazione è fornire al discente tutte le indicazioni necessarie a saper distinguere con chiarezza le specifiche differenze legate al genere nel contesto dell’ipertensione arteriosa e del rischio cardiovascolare. Specifici aspetti che verranno trattati, in modo snello, ma colto, saranno quelli epidemiologici, diagnostici e terapeutici. In merito, nel particolare, a questi ultimi due, si cercherà di dimostrare quanto sia importante essere genere-specifici nel disegnare tanto una corretta strategia diagnostica, quanto un valido approccio terapeutico.


FACULTY

Claudio Ferri

Professore Ordinario in Medicina Interna, Università dell’Aquila – Dipartimento MESVA, L’Aquila Direttore UOC Medicina Interna e Nefrologia, Ospedale San Salvatore, L’Aquila

Maria Lorenza Muiesan

Professore Ordinario Medicina Interna Dipartimento di Scienze Cliniche e Sperimentali – Università di Brescia Direttore UOC 2a Medicina e Dipartimento di Area Medica – ASST Spedali Civili Brescia. Presidente della Società Italiana dell’Ipertensione Arteriosa

Roberta Paliotti

Medico specialista in Cardiologia, UO Cardiologia – Istituto Clinico Humanitas, Rozzano (MI)

Francesco Facchini

Giornalista, Milano


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